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un professore di diritto costituzionale che scrive un blog che non dovrebbe occuparsi di diritto costituzionale

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mercoledì, 31 ottobre 2007

Una topa a biliardino (absit injuria verbis)

Esiste nella pretura di Firenze un aula di udienza piuttosto piccola.
E' composta di poche sedie, una pedana ed una scrivania per il giudice.
eden-autoreggenteLa scrivania è molto alta rispetto al piano di calpestio ed è completamente aperta sul davanti.
Esiste anche un magistrato sui quaranta anni che è solita indossare minigonne piuttosto vertiginose e delle calze autoreggenti. Non bella, ma conturbante.
Si siede a questa scrivania ed inizia ad agitare le gambe. Le accavalla, le scavalla, si dimena sulla sedia.
Imperturbabile.
In questi momenti, il pubblico degli astanti - avvocati tristi, bagnati in questi giorni di pioggia, la polvere dei fascicoli che è diventata epidermide - la segue ondeggiando, come giocatori infilati in un'asta da calcio balilla giocata nevroticamente.
Una massa che si chiede se il bianco appena intravisto sia un perizoma o un tanga (non ho mai capito la differenza).
Una massa che stupra con gli occhi l'apparentemente ingenua esibizione.
E la giudice si diverte, chiama le cause ad una ad una, lentamente, fa domande complesse, interroga, coglie il disgraziato distratto e lo devasta a raffiche di codici sul capo.
Mi diverto a sedere in un angolo e guardare, un pò la folla, un pò il mistero ostentato.
postato da: ProfStanco alle ore 09:13 | link | commenti (4)
categorie: firenze, giudici, processo, magistratura

Il prof. Panatta

Ci sono giornate che iniziano bene ed altre meno bene.
Alcune cominciano tragicamente.
Può dipendere da molte cause: il tempo, la cena del giorno prima, il contenuto del frigorifero.
Può anche succedere che una giornata inizi benissimo e continui non altrettanto.
Una mattina nella quale il buongiorno, il primo buongiorno che sa di presagio per il resto della giornata, viene dal prof. Panatta non comincia benissimo.
Il prof. Panatta è un uomo sulla cinquantina, portati bene ma non troppo: si è sempre appoggiato sul fascino discreto della bellezza evidenziata con nonchalance.
Veniamo dalla stessa scuola ed abbiamo un cursus honorum molto simile. Di conseguenza, non ci siamo mai sopportati troppo.
Ha un talento per le relazioni personali stupefacente, e sa usarlo sia come garbata cortesia, mai troppo deferente, rara dote, sia come arrogante indifferenza.
Anche in questo siamo abbastanza simii.
Gioca a tennis veramente benissimo: un gioco perfetto, molto spumeggiante, d'attacco, divertente.
Sa usare benissimo il tennis per far divertire l'avversario, facendolo sentire un campione: le palle mai troppo lontane, né troppo difficili, ideali per segnare un punto ingenuamente stupefatto.
E' il genere di giocatore con cui si può uscire dal campo dicendosi: caspita, non sapevo di giocare così bene.
Con questo talento, ha convinto i suoi - ma anche i miei - maestri, veri brocchi malati di sport, dei propri meriti scientifici.
E' stato un vero piacere intellettuale vederlo giocare e perdere in maniera perfetta finché non ha conquistato la cattedra.
Ed ha avuto l'intelligenza di simulare dei terribili problemi fisici, in modo da poter smettere di perdere senza negarsi.
Ci incontriamo spesso di prima mattina.
Ci salutiamo con il sorriso di chi si conosce da sempre e sa che ci sono dei motivi per cui non si è mai diventati amici.
Ma stamani mi ha fermato.
Con viva e sospetta cordialità.
Lasciandomi con un sapore di portacenere succhiato durante una notte di bagordi: timeo danaos et dona ferentes.
So che presto saprò di cosa ha bisogno e che difficilmente sarò felice di saperlo.
postato da: ProfStanco alle ore 08:22 | link | commenti (4)
categorie: amici, universitĂ , tennis
martedì, 30 ottobre 2007

Habent sua sidera lites

Ogni controversia segue il suo fato.
Lo scrive Calamandrei nel suo Elogio del giudice scritto da un avvocato e racconta del cortile della pretura di Monsummano, dove gli avvocati si accalcavano con l'orecchio appoggiato al muro della camera di consiglio.
Stupito chiese perché e gli fu risposto che il giudice era solito decidere gettando il tocco contro il muro: se cadeva da una certa parte aveva ragione l'uno se cadeva dall'altra vinceva l'avversario.
Questi avvocati avevano allenato l'udito ed erano perfettamente in grado di capire attraverso il muro chi aveva vinto e chi aveva perso.
Calamandrei concludeva che in questo modo c'era un buon cinquanta per cento di possibilità che chi aveva ragione se la sentisse anche dare e che non è una percentuale da poco.
Non sono mai stato d'accordo.
Per me, chi ha ragione ha diritto di ottenere ragione.
E, da professore che non fa l'avvocato, continuo a provare vergogna quando vedo un torto, quando vedo un giudice che intende il suo mestiere come esercizio di carità e trova la sua soddisfazione nel dare sempre un pò o molto torto a chi ha ragione, che è più difficile, che a dare ragione a chi l'ha son buoni tutti.
Ma si sa, i professori insegnano, volano alti, si occupano di questioni stellari, nulla sanno della polvere dei tribunali.
Per questo, talvolta, ci vado.
Mi siedo da qualche parte, in un angolo, ed ascolto, sussulto, mi  indigno o sorrido.
I ragionamenti giuridici non sono difficili.
Il diritto è materia stupida: nasce dalla idiozia, ma ha bisogno di una straordinaria saggezza per poter diventare giusto.
A me, francamente, hanno sempre spaventato quelli che credono di poter giudicare.
Io non lo crederei mai.
E  non riuscirei a scrivere una sentenza di condanna finché non fossi assolutamente sicuro di non poter scrivere una sentenza di assoluzione.
Oltre ogni ragionevole dubbio.
Quel dubbio che mi distruggerebbe se avessi scelto di fare il giudice invece di insegnare una materia fatta di valori e di principi.

La pioggia del pissero

Quando piove, mi illudo sempre che bastino un impermeabile aquascutum ed un cappello inglese per non bagnarmi.
Penso che le scarpe a coda di rondine mi tengano asciutto.
E che il ritorto faccia rimbalzare l'acqua.
Poi mi accorgo che i polsini della camicia escono dall'impermeabile che non è fatto per stare su una bicicletta; che le scarpe a coda di rondine non sono state ingrassate a  sufficienza; che il vestito di ritorto resta zuppo per ore.
E mi sento idiota.
Un idiota molto pissero e molto bagnato.
postato da: ProfStanco alle ore 18:04 | link | commenti (5)
categorie: profstanco

Scorte e scortati (abstract)

Le scorte servono a proteggere gli scortati dai pericoli e lo Stato dagli scortati.
Se si ha paura della scorta, o si ha paura di una ribellione della scorta o si ha paura di quello che la scorta può vedere.
Il primo è uno scenario tipico dell'impero romano: nella storia repubblicana, le scorte hanno conosciuto molte vittime, ma non pare che ne abbiano fatte fra gli scortati.
Il secondo è uno scenario che non deve spaventare chi usa della scorta unicamente per i doveri del proprio ufficio.
Le esternazioni dei giudici sono temibili: il giudice che si rivolge direttamente all'opinione pubblica elude il principio di soggezione alla legge - e solo alla legge - convocando il popolo ad referendum sul proprio operato.
E questo spaventa.
Soprattutto chi ricorda l'unica esternazione di Sua Eccellenza Galizia, presidente della Corte d'Appello di Firenze durante il fascismo, e famoso per avere assolto pressocché tutti i crimini politici o contro la religione sottoposti al suo giudizio.
Questi avvisato che i frati di un santuario avevano cacciato il cadavere del figlio dalla chiesa perché partigiano, attraversò, senza scorta, piazza San Marco e via Battisti, bussò alla porta del convento e prese il priore a sonori calci nel sedere.
Di lui, parlava Calamandrei quando introduceva il principio di indipendenza della magistratura.
postato da: ProfStanco alle ore 16:31 | link | commenti
categorie: politica, giudici, camerati, magistratura

Scorte e scortati

Pare che il giudice per l'udienza preliminare presso il Tribunale di Milano, Clementina Forleo, abbia rinunciato alla scorta.
Le ragioni, per quanto si può comprendere dalla rassegna della stampa parlamentare, sarebbero nella attiva omissione da parte dei carabinieri e dall'atteggiamento non troppo trasparente dei vertici dell'Arma.
La dott.ssa Forleo avrebbe dichiarato che i pericoli alla sua incolumità non provengono dalla piazza ma dai palazzi, lasciando intendere disegni eversivi a suo danno.
Per la Costituzione, il magistrato è soggetto soltanto alla legge e questo principio non è soltanto una guarentigia, ma anche un dovere morale: il magistrato è soggetto soltanto alla legge sia perché la sua funzione è unicamente la traslitterazione della volontà astratta del legislatore in volontà concrete di legge, senza che alcun potere vi posso interferire, perché egli è chiamato unicamente all'esercizio della funzione giurisdizionale, al tradurre il fatto in diritto, senza poter interferire nell'esercizio degli altri poteri dello Stato.
I giudici che si sganciano dalla legge per dialogare con l'opinione pubblica possono fare paura, perché si svincolano dal dovere di equilibrio che incombe su ogni potere costituzionale.
Anche sul piano pratico, può non essere semplice comprendere il significato dei timori della dott.ssa Forleo.
Le scorte, fin dai tempi di Tiberio, che sceglieva la sua guardia fra germani incapaci di parlare o intendere il latino, sono un potenziale pericolo per gli scortati.
Notoriamente le scorte dipendono da un dicastero al quale riferiscono della attività degli scortati, non foss'altro per giustificare i pedaggi o il consumo del combustibile.
Di solito, lo scortato usa della scorta unicamente per i doveri del proprio ufficio e nessuno ha qualcosa da nascondere se la sua scorta lo accompagna da casa al tribunale o viceversa.
Se, invece, si usa della scorta per portare le veline in albergo, come pare fosse abitudine di Salvo Sottile, allora la questione può essere delicata.
Ma se la dott.ssa Forleo usava la sua scorta solo per andare in tribunale o per adempiere agli altri doveri del suo ufficio che cosa doveva temere? Che la scorta si ribellasse organizzando un rapimento, quasi che la Forleo fosse il povero Abu Omar?
Francamente sembrano scenari complessi da sostenere anche in un clima malato di dietrologia.
In realtà, uno dei problemi della giustizia è proprio la soggezione dei magistrati alla legge: siamo sicuri che una udienza preliminare su D'Alema e Fassino, una indagine penale su Mastella, una indagine su Lele Mora sarebbero stati condotti in questo modo da un giudice soggetto soltanto alla legge?
Non lo so.
Ed in questo non saperlo, il sapere che un magistrato non vuol far sapere al ministero della difesa i suoi spostamenti non aiuta.
postato da: ProfStanco alle ore 16:21 | link | commenti (1)
categorie: politica, giudici, processo, procura
lunedì, 29 ottobre 2007

Un quesito

Da sempre, sono colpito quando vedo una donna molto bella abbracciata ad un uomo non altrettanto rimarchevole.
Nel periodo in cui, per me, il quesito più importante era se le donne fanno la pipi dallo stesso posto da cui fanno la popo, come la bambola della sorella del mio amico del cuore, oppure sono fatte come la sorella medesima, che giurava di fare la popo come i maschietti e la pipi da un'altra parte, ho passato molto tempo a chiedermi perché le bambine preferivano i ragazzi brufolosi delle medie alla nostra paffuta ed elementare innocenza.
Ecco, questi sono quesiti che con il tempo si sono trasfigurati.
Quando, questo pomeriggio, ho visto un signore abbastanza avanti negli anni, con un pancione strordinariamente significativo, diciamo sul genere che obbliga a fare la pipi a memoria perché rivederselo è impossibile (e comunque sarebbe commovente), abbracciato a due ragazze sui venti anni, da copertina di una rivista di moda, non mi sono più chiesto come facesse.
Mi sono, invece, chiesto quanto pagava e, in subordine, ma questo era il vero quesito, se lui era quello che pagava o quello che faceva pagare e che, come tutti i commercianti del suo genere, stava semplicemente esibendo la mercanzia.
postato da: ProfStanco alle ore 17:48 | link | commenti (7)
categorie: parole, donne, bambini, bar sport, bellezza

I sogni del convegnista

Talvolta il convegnista sogna.
In questo caso, pare che abbia sognato del suo - involontario e riluttante - maestro.
Un sogno assolutamente imbarazzante.
Ha raccontato di aver sognato di essere nella piazza di un paese medioevale.
Avrebbe spiegato le sue ultime teorie sul principio di laicità dello Stato o sul ruolo di arbitraggio svolto dalla Corte costituzionale nella decisione dei conflitti intersoggettivi e avrebbe conquistato la totale ammirazione intellettuale del maestro che lo avrebbe baciato sulla bocca.
Un bacio molto pandemico.
Si sarebbe ritratto, gridando allo scandalo e cercando l'aiuto della folla contro il novello girolimoni.
Successivamente, avrebbe offerto un pactum sceleris che aveva per oggetto lo scambio della sua discrezione con la generosità accademica del tristo figuro.
L'ingenuità del convegnista ha deciso di raccontare il suo sogno ad una dottoranda che ha, come d'uso e d'obbligo, raccontato subito tutto al diretto interessato, all'evidente scopo di guadagnare qualche scalino nella strada del successo universitario.
Per quanto riguarda il diretto interessato, non è ancora riuscito a chiudere la bocca rimasta aperta in uno  sbadiglio di stupore: essere diventato un  girolimoni onirico è davvero una singolare scocciatura.

Chi li ha sciolti? (Digos)

Fra la barzellette più idiote che l'infanzia trascina nell'età adulta c'è quella della pattuglia di carabinieri che ferma una macchina, chiede i documenti, si sente rispondere "digos" e replica "documentos".
Mi è venuta in mente stamattina quando sfogliavo la cronaca cittadina.
E' accaduto che un coraggioso burlone si è arrampicato su una porta telematica che sorveglia l'accesso al centro storico, l'ha smontata ed ha affisso una fotografia dell'assessore alla sicurezza pubblica (eufemismo per ordine pubblico) Graziano Cioni, quello che ha sottoscritto digitalmente l'ordinanza dei lavavetri, in modo da assicurarsi il diritto morale di autore su quel bell'esempio di gestione democratica dei problemi cittadini.
La digos è stata incaricata delle indagini.
Pare che quella che sembra una burla, anche abbastanza divertente, sia stata intesa come una minaccia all'incolumità dell'importante uomo politico, ovvero un attentato alla sicurezza dello Stato.
In questo modo, una barzelletta piuttosto idiota si è trasfigurata in una fiaba di Esopo, a metà fra l'insegnamento morale e la divinazione.
postato da: ProfStanco alle ore 10:10 | link | commenti (1)
categorie: assessore, lavavetri, comune di firenze, chi li ha sciolti

Lunedì, fisiatra (il male degli altri)

Come tutti i lunedì, la mia schiena ha avuto bisogno del fisiatra.
Ho già avuto modo di narrare della sua sala di aspetto.
Un luogo spoglio, appena separato con una parete attrezzata, credo si chiamino così, dalla scrivania della segretaria che parla a telefono con le sue amichette.
Di solito, aspetto con il portatile sulle ginocchia, ripasso la posta in entrata, preparo la posta in uscita, gioco a sudoku, a seconda dell'umore.
Questa sala d'aspetto è un luogo di conoscenze: i malati cronici tendono ad essere affabili con i colleghi.
Normalmente non sono affabile.
Non ho mai accettato troppo di essere un malato cronico.
Di conseguenza, disdegno le abitudini dei malati cronici.
C'è un collega, però, al quale mi sono affezionato.
E' anziano.
Un vecchio medico.
Sempre molto elegante.
Un bastone lo tiene in piedi e la gamba sinistra si muove a passo di tip tap.
Sorridente, malgrado il dolore della schiena distrutta dalla gamba paralizzata.
Al collo, un cartello con il numero di cellulare del figlio, per il caso in cui si senta male e non riesca a tornare a casa.
Ci incontriamo tutti i lunedì mattina da quasi tre anni.
Verso la fine del secondo anno, ha iniziato a darmi del tu.
Oggi siamo rimasti insieme più del solito.
Mi ha parlato come ad un vecchio amico: la cosa più difficile da accettare è non poter guarire, poter solo sperare di non aggravarsi, di rimanere come si è.
Ed ha continuato raccontandomi degli ultimi giorni di lavoro, della rabbia che lo prendeva quando sollevava il telefono e qualcuno gli diceva che stava male, che stava male di sciocchezze, mentre lui soffriva da urlare.
Della rabbia che provava nel non accettare una malattia che gli impediva di accettare la sofferenza dei suoi pazienti.
Poi mi ha chiesto di me.
Ed io, naturalmente, sono stato evasivo: anch'io non sopporto di non essere all'altezza del male degli altri.
postato da: ProfStanco alle ore 09:52 | link | commenti
categorie: anziani, vecchiaia, mal di schiena, fisiatra