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un professore di diritto costituzionale che scrive un blog che non dovrebbe occuparsi di diritto costituzionale

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venerdì, 27 giugno 2008

Lezioni di stile (La concubina)

BenvenutiInCasaGoriBenvenuti in casa Gori è un film.
Un film quasi incomprensibile per chi non è nato a Firenze da una famiglia normalmente plebea.
Perché è uno stato d'animo.
In cui la tristezza è un ridere sommesso e sguaiato nello stesso tempo.
Un ridere che fa parte di questa città come la tristezza coranica pavimenta Istanbul.
San Giovanni sono i fòchi.
Che sarebbero i fuochi di artificio.
Panem et circenses di produzione cinese.
Una casa per San Giovanni.
Un anziano padre ed una anziana madre che riuniscono la famiglia per vedere i fòchi.
Invitano tutti.
L'amico testimone di nozze del primo figlio.
La concubina sconosciuta del primo figlio.
Il secondo figlio.
Il suo carattere di merda.
Su tutto, una atmosfera di tragedia inelluttabile.
Appena nascosta dalle noccioline.
Esasperata dal vino caldo in una serata afosa.
Dal condizionatore a tutto volume.
La concubina è splendida.
Nel senso sguaiato e sommesso di questo aggettivo nel vernacolo quotidiano.
Se la allunga, senza poterselo permettere, si potrebbe tradurre.
Saluta come se fosse di casa.
-   Sono felice che si senta a casa sua.
Che è come dire: Non è casa tua, stai un po' al tuo posto.
L'anziano padre comincia a soffrire.
Non è uomo che apprezza le ironie.
Si parla di viaggi.
E' stata a EuroDisney ed ha cenato con le principesse ed il principe Filippo.
-   Fantastico.
Che è come dire: E chi se ne frega.
L'anziano padre porta in tavola una insalata di riso che ha visto giorni migliori e frigoriferi più efficienti.
Nessuno dice nulla.
Semplicemente si cerca di servirsi da soli per ridurre il danno.
Iniziano i fòchi.
Finiscono.
Senza riuscire a portare un'idea di spensierata fanciullezza.
Finiscono semplicemente.
Lasciando tutto irrisolto.
Come sempre.
Amaramente irrisolto.
postato da: ProfStanco alle ore 13:55 | link | commenti (8)
categorie: tristezza, firenze, figli, anziani, tradimenti, vecchiaia, eufemismi, prostata
martedì, 20 maggio 2008

Chi li ha sciolti? (Il genio fiorentino)

Dante
Giove Pluvio ha avuto notizia delle manifestazioni organizzate per celebrare il genio fiorentino e si è scatenato.
Meno male: se uno chiede al chiosco degli sportivi chi è il genio fiorentino rischia di sentirsi rispondere Prandelli.
venerdì, 11 aprile 2008

Panem et circenses (Fiorentina / PSV Eindhoven)

GioiePedestriLa Fiorentina ha travolto il PSV Eindhoven per 2 : 0, dopo novanta minuti (più tre di recupero) di gioia, fatica, passione e, soprattutto, grande calcio.
La Fiorentina ha saputo dimostrare il carattere delle grandi squadre.
Ha giocato un calcio intelligente ed acuto.
Mai scontato.
Soprattutto ha dimostrato l'importanza dell'affiatamento, dell'amicizia, della solidarietà.
Come non ringraziare Prandelli per il commovente Frey che trascina i propri dolori in un finale di partita al cardiopalma?
Ecco, a me questi discorsi fanno cagare.
E oggi, a Firenze, è del tutto impossibile parlare di altro.
lunedì, 17 marzo 2008

Come una vecchia puttana

E' tempo di gite scolastiche.
Invadono la città.
Cavallette munite di ipod dietro a professori con le gambe gonfie.
Sporcano, ridono, giocano.
Possono farlo.
Devono farlo.
Ogni gita scolastica è un passaggio della nostra educazione sentimentale.
In un certo senso, indimenticabile ed insostituibile.
Non sono loro a dare fastidio.
Dà fastidio l'economia che li sfrutta, mungendoli come vacche.
Che vende una camera triste e sporca a prezzi stellari.
Che propone un gelato a otto euro nelle vicinanze del Ponte Vecchio.
Che trasforma i cappuccini in opere d'arte da cinque euro in piazza del Duomo.
Dà fastidio questo vendere la città come una vecchia puttana stanca che non ha nulla da offrire.
Che russa stanca mentre viene montata da un gruppo di marinai ubriachi.
Firenze non è uccisa dalle gite scolastiche.
E' uccisa dai fiorentini che ci vivono sopra.
Senza nessuna pietà, cortesia o senso del decoro.
postato da: ProfStanco alle ore 09:04 | link | commenti (4)
categorie: firenze, prostata
giovedì, 13 marzo 2008

Pornazzi

psv9182I pornazzi sono un momento importante nella educazione sentimentale di un adolescente.
Nella mia, abbastanza, ma in termini non manuali.
I cinema porno a Firenze erano quattro.
Uno più laido dell'altro.
L'Arlecchino stava sotto casa di un mio amico.
Passavamo i pomeriggi a puntare gli avventori più timidi.
Si aggiravano circospetti lungo il marciapiede.
Aspettavano un momento di calma per infilarsi dentro ed in quel momento il mio amico ed io iniziavamo a salutare a voce altissima: Ciao, ciao, ma che fai? Entri nel cinema porno? Brutto zozzone...
Al terzo spettatore messo in fuga, fummo costretti a smettere da una maschera molto convincente.
L'Italia era aperto al mattino.
Ma il mattino delle forche era dedicato al biliardo, sicché non ci sono mai stato.
Il Columbia era dietro al mercato centrale.
Andammo in banda a vedere un film particolarmente denso.
Quando lo schermo fu invaso dal primo piano di una vagina sterminata, il Bandini - all'epoca sedicente impresario di importanti gruppi heavy metal, come i Cocainomadi: tre apparizioni alla festa del vino di Greve - urlò: Nemmeno_i'_garage_del_mi_babbo, con una voce che pareva Ozzy Osbourne, e fummo accompagnati fuori dalla maschera che - ad onor del vero - ci rese i soldi.
L'Aldeberan era in aperta periferia.
Ci andammo in due.
Assolutamente perrsuasi a vedere la performance dall'inizio alla fine: il giornale titolava due spettacoli consecutivi per non meno di 180 minuti.
Ci tirammo su il bavero delle giacche e si fece per entrare.
Il mio amico, a testa bassa, non vide il vetro della porta e ci passò attraverso.
Una craniata terrificante.
Con ambulanza e quant'altro puntualmente indicato sul referto del pronto soccorso ai nostri, in quella circostanza, non particolarmente orgogliosi genitori.
Oggi per spararsi un pornazzo basta un computer collegato ad internet.
Sono seghe davvero molto più facili.
postato da: ProfStanco alle ore 14:50 | link | commenti (3)
categorie: firenze, sesso, bar sport, giovinezza, goliardia
giovedì, 14 febbraio 2008

Coito ergo bus

Firenze è una città sonnacchiosa.
I fiorentini - ricorda De Sade - sono personaggi inquietanti, malsani, malaticci.
La politica locale di Firenze è triste: non c'è da stare allegri nelle stanze che furono di Lorenzo il Magnifico.
Sono ambienti che rinfacciano a chi li abita la grandezza dei suoi antenati.
Dei Medici, a Firenze, è restata una insana passione per i veleni, una politica obliqua, fatta di accuse personali, di comunicati stampa, di giochi di potere complessi e quasi alchemici.
Ora si discute della tramvia.
Un progetto faraonico che cambia il volto della città, per alcuni la ferisce, per altri la guarisce.
In ogni caso, è intimamente discutibile.
Ora l'oggetto della discussione è la propaganda istituzionale del Comune: i totem (si chiamano così) che l'amministrazione ha usato per difendere l'opera pubblica da chi la ritiene inutile e dannosa.
Un ricorso al tar li ha sterilizzati e l'amministrazione si è sentita lesa.
Ma non è difficile sostenere che una democrazia matura non usa gli strumenti dello Stato apparato per difendersi contro la democrazia diretta.
Non è difficile affermare che una amministrazione non può usare i denari di tutti i cittadini per scendere in campo a favore di una posizione politica che appartiene solo ad una parte della comunità che rappresenta.
Lo slogan che usa l'amministrazione è cogito ergo bus.
Come dire che chi non usa il bus è un idiota.
Io uso la bicicletta e non mi sento per nulla cretino.
postato da: ProfStanco alle ore 15:00 | link | commenti (5)
categorie: politica, firenze, comune di firenze
sabato, 02 febbraio 2008

L'ultimo dei merdaioli

Il merdaiolo è stato un mestiere.
Un mestiere piuttosto faticoso: si trattava di entrare dentro le fosse biologhe e scavare la merda, buttandola su un carretto per evitare che tracimasse.
Era l'ultimo dei merdaioli.
Aveva fatto questa vita e poi era stato messo da parte dalla tecnologia degli spurghi.
Era un uomo mite.
Piccolo.
Magro, di quella magrezza nervosa che svela una muscolatura feroce.
Fece l'imbianchino.
Senza fortuna.
Studiò a lungo per una patente da autista di bus.
La prese.
Vinse il concorso per guidare gli autobus di linea.
Diventò un autista ferocissimo.
Aveva un elevatissima considerazione per il codice della strada che utilizzava come se fosse una arma impropria: Il pedone non attraversa sulle strisce ed io accellero, Quella macchina non rispetta lo stop ed io ci vado contro, Quel tizio è in bicicletta sulla corsia preferenziale faccio del mio meglio per passarci sopra.
Il tutto finiva con qualcuno che si imbestialiva: Hai ragione ed io ho torto ma dovevi proprio venirmi addosso?
Le discussioni spesso degeneravano sul piano fisico.
Lo ricordo bene perché era il babbo di una mia compagna delle elementari e le sue liti diventavano fascicoli sulla scrivania di mio padre, che faceva il penalista.
Un giorno, avevo diciotto anni, si decise di andare ad una festa del vino poco fuori porta.
La macchina era una cinquecento.
Blu.
Lustra.
Bellissima.
Guidava il Bellotti, che considerava qualsiasi vettura come se lei fosse una Ferrari California e lui Steve McQueen.
Eravamo in cinque.
Tutti pregavamo il Bellotti di andare più piano.
Il Bellotti se ne fregava.
Ad un certo punto il Bellotti attraversò la strada ad un bus.
Il bus inchiodò.
Era il babbo della mia amica.
Invecchiato.
In altri tempi, ci avrebbe schiacciati.
Si limitò ad inchiodare ed a abbassare il finestrino: Vai piano, imbecille, disse.
Il Bellotti si fece tutto rosso.
Tirò fuori la testa dal finestrino.
Una testona da pupo.
Gridò: Se le teste di cazze volassero, tu saresti un'aquila; casa tua sarebbe un aeroporto e [per mangiare ci vorrebbe la fionda].
Non finì.
L'ultimo dei merdaioli era sceso e gli aveva appioppato un manrovescio a mano aperta in pieno viso.
Il Bellotti si limitò ad infilare nuovamente la testa da pupo, vistosamente arrossata, nella macchina ed a ripartire fingendo indifferenza.
Noi ci limitammo a scoppiare a ridere.
Il Bellotti lo abbiamo visto sempre più di rado, finché non è diventato uno dei tanti fantasmi che abitano i ricordi di quegli anni.
postato da: ProfStanco alle ore 12:26 | link | commenti (2)
categorie: amici, firenze, bar sport, giovinezza
venerdì, 30 novembre 2007

Via di casa

Ha una quarantina d'anni.
Forse qualcosa di più.
Con la sua compagna le cose non vanno più da tempo.
Ma lei gli ha confessato di avere una malattia particolarmente antipatica.
Lui le resta vicino.
Come si potrebbe restare accanto ad un animale domestico sulla via del tramonto.
Lentamente lei guarisce.
Non era probabile, ma guarisce.
Comincia una lenta convalescenza.
Oramai lei sta quasi bene.
Abitano in un quartiere popolare del centro.
E' quella parte di inverno che si avvicina alla primavera.
Lui comincia a non resistere più.
Lei gli è diventata insopportabile.
Come una coperta di lana in estate.
Una notte, le parla.
Lei afferra una bottiglia di plastica piena di acqua e comincia a picchiarlo.
Con calma e con metodo.
Lui aspetta pazientamente che si stanchi.
Si alza. Va via.
Lei urla.
Apre la finestra e gli armadi.
Comincia a lanciare dalla finestra tutto ciò che appartiene a lui.
Sotto, in mezzo alla strada, lui, in pigiama, afferra le cose al volo e le butta nel bagagliaio della macchina.
Alle finestre, una intera strada guarda la scena e qualcuno decide che una persona tanto paziente merita qualche lancio in più e comincia a lanciargli frutta, verdura e tutto ciò che sta nel secchio della spazzatura.
postato da: ProfStanco alle ore 07:55 | link | commenti (5)
categorie: donne, firenze, bar sport, tradimenti, amori finiti, sculaccioni
mercoledì, 28 novembre 2007

Iddio gliene renderà merito

E' un modo di dire grazie.
Ha una sua intima dolcezza.

Ricorda un tempo in cui il buon dio viveva in mezzo agli uomini. O meglio: gli uomini erano convinti che dio vivesse con loro.

Par di vedere il mendicante che saluta San Martino, dopo aver diviso il mantello.

Non lo sentivo usare da tanto tempo.

Mi è tornato in mente stamani, vedendo - era molto presto - un vagabondo che spazzava la strada.
Sono diventati almeno tre. Naufraghi in cerca dell'ultimo sole che vivono in angoli abbastanza precisi della citta' e li tengono puliti.

Usano vecchie granate di saggina, vuoti secchi di vernice, ma anche cenci e detersivi. Spazzano, rigidi, ossequiosi, inventandosi maggiordomi di quel punto del quartiere.

E qualche anziano, passando, li saluta e dice: “Iddio gliene rendera' merito”.
postato da: ProfStanco alle ore 07:44 | link | commenti (1)
categorie: firenze, solitudine, anziani, barbone
mercoledì, 14 novembre 2007

Gatto (essere fiorentini a Livorno)

Essere fiorentini a Livorno non è mai divertente.
Occorrono anni prima di sentirsi dire: Dé, se' proprio 'n bravo bimbo, non pari nemmeno fiorentino.
pec_inTestaDalberoMa ci sono occasioni in cui potrebbe passare un secolo e si resterebbe fiorentini lo stesso.
Così è successo ad un disgraziato che aveva una barca ormeggiata in pieno Molo Mediceo.
Il suo albero si era incatagnato: le drizze non scorrevano ed era praticamente impossibile armare il genoa, che sarebbe la vela di prua.
Il disgraziato prova a salire in testa d'albero.
Non è facile e non ci riesce.
Naturalmente, come comincia i suoi tentativi la folla dei marinai sfaccendati (il marinaio livornese è uno dei più grandi lavoratori del mondo, basta convincerlo a lasciare il muro cui è appoggiato e nulla è meglio di un fiorentino al lavoro per farlo smuovere) comincia a guardarlo con interesse: Dé prova a salì 'n testa d'arbero, cinque a uno 'he batte 'na grugnata da rammentà.
Il fiorentino si avvede di essere diventato (doventato, direbbero i marinai) uno spettacolo degno di attenzione.
Scende dalla barca, si avvicina al nostromo e gli chiede: Ti dispiacerebbe darmi una mano? Dé, ti ci posso salì io ma datti 'na mano umme lo poi chiedé, se t'ingrugni 'n terra doventa corpa mia e unn'ho proprio voglia di portatti all'ospedale.
Il fiorentino si mette da parte e accetta l'offerta.
Il nostromo comincia a prepararsi a salire e fa al fiorentino: Sono cento euro, 'Un tu vorrai mica che m'arrapini gratisse amore dei?
Il fiorentino risponde che cento euro sono troppi, che lui ci mette un giorno intero a guadagnalli, che ha un amico che fa il  pompiere e lo chiamano gatto per quanto è svelto.
Il nostromo scende dalla barca, con calma.
E la scena finisce qui.
Il finesettimana successivo arriva gatto.
Una febbre invade il porto: C'è gatto che sale in testa d'albero dal fiorentino, venite a vedere.
Gatto è un giovinastro atletico.
Biondiccio.
Si spoglia a mostrare i bicipiti ed i pettorali: Dé, fava, lasciati la maglietta che ti graffi tutto.
Comincia a salire: Dé briahi, l'avete assicurato con la drizza di rispetto che se Gatto vola in giù, batte 'na bella romba.
E Gatto ritorna sulla coperta per assicurarsi meglio.
Finalmente comincia a salire.
Una bracciata dietro l'altra, non lo chiamano Gatto mica per ridere.
Rallenta.
Dapprima impercettibilmente, poi arranca in maniera sempre più evidente.
La folla: Dé Gatto 'un ti sentirai miha male?
Gatto impallidisce. Ma si sforza di sorridere.
Arriva un'onda, un'altra onda e la barca beccheggia.
Gatto si abbraccia all'albero, bianco come un lenzuolo: Dé ci more_No 'un pòle morì_E' un gatto.
Gatto si abbraccia sempre più forte, guarda verso il basso e giù un ombrellata di vomito che sembra un diluvio.
Il fiorentino se la vede arrivare in pieno viso, cerca di ripararsi come meglio può, molla la drizza e Gatto vola di sotto, spezzandosi malamente una gamba e devastando il tambuccio.
La folla si allontana sghignazzando: Po'ero Gatto, 'un li doveva bé tutti que' ponci.
postato da: ProfStanco alle ore 10:41 | link | commenti (2)
categorie: firenze, bar sport