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un professore di diritto costituzionale che scrive un blog che non dovrebbe occuparsi di diritto costituzionale

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giovedì, 13 marzo 2008

Pornazzi

psv9182I pornazzi sono un momento importante nella educazione sentimentale di un adolescente.
Nella mia, abbastanza, ma in termini non manuali.
I cinema porno a Firenze erano quattro.
Uno più laido dell'altro.
L'Arlecchino stava sotto casa di un mio amico.
Passavamo i pomeriggi a puntare gli avventori più timidi.
Si aggiravano circospetti lungo il marciapiede.
Aspettavano un momento di calma per infilarsi dentro ed in quel momento il mio amico ed io iniziavamo a salutare a voce altissima: Ciao, ciao, ma che fai? Entri nel cinema porno? Brutto zozzone...
Al terzo spettatore messo in fuga, fummo costretti a smettere da una maschera molto convincente.
L'Italia era aperto al mattino.
Ma il mattino delle forche era dedicato al biliardo, sicché non ci sono mai stato.
Il Columbia era dietro al mercato centrale.
Andammo in banda a vedere un film particolarmente denso.
Quando lo schermo fu invaso dal primo piano di una vagina sterminata, il Bandini - all'epoca sedicente impresario di importanti gruppi heavy metal, come i Cocainomadi: tre apparizioni alla festa del vino di Greve - urlò: Nemmeno_i'_garage_del_mi_babbo, con una voce che pareva Ozzy Osbourne, e fummo accompagnati fuori dalla maschera che - ad onor del vero - ci rese i soldi.
L'Aldeberan era in aperta periferia.
Ci andammo in due.
Assolutamente perrsuasi a vedere la performance dall'inizio alla fine: il giornale titolava due spettacoli consecutivi per non meno di 180 minuti.
Ci tirammo su il bavero delle giacche e si fece per entrare.
Il mio amico, a testa bassa, non vide il vetro della porta e ci passò attraverso.
Una craniata terrificante.
Con ambulanza e quant'altro puntualmente indicato sul referto del pronto soccorso ai nostri, in quella circostanza, non particolarmente orgogliosi genitori.
Oggi per spararsi un pornazzo basta un computer collegato ad internet.
Sono seghe davvero molto più facili.
postato da: ProfStanco alle ore 14:50 | link | commenti (3)
categorie: firenze, sesso, bar sport, giovinezza, goliardia
domenica, 03 febbraio 2008

Lei (Una come tante, ma non se ne è mai accorta)

E' una come tante.
Non nel senso di normale, perché, in fondo, siamo tutti un po' normali.
Ma proprio nel senso di qualunque.
Una persona qualsiasi.
Però e tuttavia, non se ne è mai accorta.
E' assolutamente convinta - ferocemente convinta - convinta in buona fede di essere una persona particolare.
Così se deve arrivare ad una festa arriva all'ultimo.
Entra come se fosse Audrey Hepburn.
Ma non lo è.
Per nulla e affatto.
Perciò e allora, la sua entrata - il suo ingresso - quel penetrare la stanza come se avesse un fascino a forma di coltello non sortisce nessun effetto.
Tutto resta come prima.
Tranne lei, imbronciata su un divano, sola come solo lei sa essere sola, una bambina viziata che comincia ad accorgersi che quell'aria da lolita stona con la crema per il viso che indossa prima di andare a letto.
Forse diventa bella.
Forse, in quel momento, diventa bella.
Ma è quasi impossibile accorgersene: per come è entrata, è quasi impossibile accorgersene.
postato da: ProfStanco alle ore 10:30 | link | commenti (2)
categorie: mood, jazz, dignitĂ , giovinezza, anziane ragazze
sabato, 02 febbraio 2008

L'ultimo dei merdaioli

Il merdaiolo è stato un mestiere.
Un mestiere piuttosto faticoso: si trattava di entrare dentro le fosse biologhe e scavare la merda, buttandola su un carretto per evitare che tracimasse.
Era l'ultimo dei merdaioli.
Aveva fatto questa vita e poi era stato messo da parte dalla tecnologia degli spurghi.
Era un uomo mite.
Piccolo.
Magro, di quella magrezza nervosa che svela una muscolatura feroce.
Fece l'imbianchino.
Senza fortuna.
Studiò a lungo per una patente da autista di bus.
La prese.
Vinse il concorso per guidare gli autobus di linea.
Diventò un autista ferocissimo.
Aveva un elevatissima considerazione per il codice della strada che utilizzava come se fosse una arma impropria: Il pedone non attraversa sulle strisce ed io accellero, Quella macchina non rispetta lo stop ed io ci vado contro, Quel tizio è in bicicletta sulla corsia preferenziale faccio del mio meglio per passarci sopra.
Il tutto finiva con qualcuno che si imbestialiva: Hai ragione ed io ho torto ma dovevi proprio venirmi addosso?
Le discussioni spesso degeneravano sul piano fisico.
Lo ricordo bene perché era il babbo di una mia compagna delle elementari e le sue liti diventavano fascicoli sulla scrivania di mio padre, che faceva il penalista.
Un giorno, avevo diciotto anni, si decise di andare ad una festa del vino poco fuori porta.
La macchina era una cinquecento.
Blu.
Lustra.
Bellissima.
Guidava il Bellotti, che considerava qualsiasi vettura come se lei fosse una Ferrari California e lui Steve McQueen.
Eravamo in cinque.
Tutti pregavamo il Bellotti di andare più piano.
Il Bellotti se ne fregava.
Ad un certo punto il Bellotti attraversò la strada ad un bus.
Il bus inchiodò.
Era il babbo della mia amica.
Invecchiato.
In altri tempi, ci avrebbe schiacciati.
Si limitò ad inchiodare ed a abbassare il finestrino: Vai piano, imbecille, disse.
Il Bellotti si fece tutto rosso.
Tirò fuori la testa dal finestrino.
Una testona da pupo.
Gridò: Se le teste di cazze volassero, tu saresti un'aquila; casa tua sarebbe un aeroporto e [per mangiare ci vorrebbe la fionda].
Non finì.
L'ultimo dei merdaioli era sceso e gli aveva appioppato un manrovescio a mano aperta in pieno viso.
Il Bellotti si limitò ad infilare nuovamente la testa da pupo, vistosamente arrossata, nella macchina ed a ripartire fingendo indifferenza.
Noi ci limitammo a scoppiare a ridere.
Il Bellotti lo abbiamo visto sempre più di rado, finché non è diventato uno dei tanti fantasmi che abitano i ricordi di quegli anni.
postato da: ProfStanco alle ore 12:26 | link | commenti (2)
categorie: amici, firenze, bar sport, giovinezza
giovedì, 15 novembre 2007

Cambiano

Per noi, la televisione era ancora questo:




Adesso, invece, è questo:




Difficile non dire che palle.
postato da: ProfStanco alle ore 16:30 | link | commenti (1)
categorie: bambini, figli, giovinezza
mercoledì, 14 novembre 2007

De André per la mia generazione

La mia generazione non ha fatto il sessantotto.
Non è nemmeno stata in piazza durante il settantasette.
La mia generazione è stata giovane negli anni della pantera, che a Firenze è un modo di dire non troppo elegante e si usa per alludere che è bionda ma ce l'ha nera.
Però abbiamo avuto De Andrè.
E ci ha portato in tutti i luoghi che non abbiamo vissuto.


postato da: ProfStanco alle ore 14:50 | link | commenti (2)
categorie: poesia, politica, giovinezza
martedì, 06 novembre 2007

Il gioco del mago

E' sempre il solito ragazzino dolcemente pestifero.
Quello della sciampista perfetta.
Ed è sempre uno dei suoi splendidi dialoghi con il suo affascinante padre.
Il padre:
"Come stai?"
Il figlio:
"Bene, ma è un periodo in cui mi sento molto solo. Credo sia perché ho esagerato con il gioco del mago"
Il padre, stupito:
"Il gioco del mago?"
Il figlio, con il tono di chi risponde ad uno che non sa veramente nulla:
"Si: conosci una e le dici, senti facciamo il gioco del mago: io ti scopo e tu, dopo, scompari"
Dopo qualche tempo, nuova telefonata.
"Come stai?"
"Benissimo, una cosa fantastica. Ho conosciuto una ragazza stupenda. Più grande di me. Bellissima. Mi ha invitato a casa. Mi ha aperto tutti i suoi segreti e dopo mi ha lasciato andare via, senza nemmeno darmi il suo numero di telefono"
Silenzio imbarazzato: "Ma, babbo, secondo te, lei non ha mica fatto il gioco del mago con me, vero?"
postato da: ProfStanco alle ore 11:56 | link | commenti (4)
categorie: amore, donne, sesso, bar sport, giovinezza
venerdì, 02 novembre 2007

Il male degli altri

Il male degli altri e' un dolore a meta'.
Un dolore che non ci appartiene, che non si puo' sentire: dinanzi al quale l'empatia suona come derisione.
Ma non e' sempre cosi'.
Invecchiando, il male degli altri diventa un dolce sollievo, una quieta allegria.
Il loro dolore fa sentire bene, tira su il morale, aiuta lo scivolare dei giorni. Niente di meglio che una visita in ospedale, ad un cronicario, al cimitero per aiutare il morale di un anziano.
C'allegria nella sua compassione, sollievo nel suo consolare.
E' li' per dimostrare a se stesso di non esserci ancora.
Si, per i vecchi, il male degli altri e' un alimento
Triste e necessario.
postato da: ProfStanco alle ore 16:36 | link | commenti (1)
categorie: dignitĂ , anziani, giovinezza, eufemismi
mercoledì, 24 ottobre 2007

Il convegnista

Di tutti coloro che frequentano l'accademia, il convegnista è uno degli oggetti più abietti.
Lo si riconosce immediatamente.
Alto, anziano per il suo ruolo di giovane, deferente ed intellettualmente decotto.
E' un esperto di rinfreschi: conosce l'esatto ritmo delle pause ed è sempre in prima posizione al banco del caffé.
Non c'è accozzo di camerieri talmente male organizzato da non consentirgli di afferrare il primo boccone o il piatto di pasta più abbondante.
Ne conosco uno.
Una cozza.
Mi si è appiccicato addosso, mitile costituzionale, dai tempi della tesi.
Non riesco a staccarlo.
Nemmeno con il coltello da ostriche.
Arriva con un sorriso assolutamente ebete.
Bussa.
Non rispondo (conosco bene il suo passo).
Entra lo stesso.
Sollevo a malapena lo sguardo dai miei fogli e grugnisco un buongiorno che farebbe passare la voglia di scopare a un divo del porno.
Mi pone sempre i soliti quesiti giuridici.
Inutili.
Mi sottopone le sue tesi.
Barocche.
Gli indico i libri che dovrebbe leggere, gli autori che hanno già scritto quello che lui dice.
E lui mi chiede, essere perfido e ignobile: "Allora, professore, che dice? Li devo leggere?"
Mi trattengo a stento dal tirargli dietro il commentario della Costituzione: "Certo, imbecille, prima di pensare, devi studiare, studiare, studiare, capito?!?!"
Ma poi torna. Sempre.
Per fortuna, stasera parte per il convegno annuale della associazione dei costituzionalisti, che anche quest'anno ho deciso di saltare.
Non sopporto vedere i denari investiti per la ricerca dissipati in un basso impero di pasta e pastiere.
mercoledì, 03 ottobre 2007

Il giovane Scaccabarozzi

Il giovane Scaccabarozzi si è laureato prestissimo.
Con una media himalayana.
Ha vinto un premio prestigioso con una tesi dal titolo assurdo.
E' diventato l'assistente prediletto del suo maestro.
Il giovane Scaccabarozzi, senza voler offendere la sua attenta suscettibilità di audace luminare del diritto, è sempre stato un perfetto leccapalle.
In quegli anni, lavorava in un sottoscala.
Accanto alla stanza del Professore, che naturalmente non era un sottoscala.
Con lo Scaccabarozzi lavorava un giovane avvocato.
Uno di quei tipi che scherzano sempre.
Alto quanto lo Scaccabarozzi è minuto, atletico quanto il fisico dello Scaccabarozzi è pallido e panciuto.
Un bell'uomo nella misura in cui lo Scaccabarozzi ha il fascino erotico di un repertorio di giurisprudenza del Foro Italiano.
Il Professore aveva una singolare abitudine.
Verso le otto andava sempre via da studio.
A cena, al cinema, ovunque.
Il Professore era un viveur.
Tornava verso le due a riprendere la macchina per tornare a casa.
Lo Scaccabarozzi appena il Professore usciva, chiudeva baracca e burattini e si catapultava dalla mamma, che gli preparava le fettuccine aglio e olio o il fegato con la salvia.
Tornava in studio verso mezzanotte, in modo da farsi trovare alla scrivania.
Chino sulle carte.
Pallido, illuminato da pochi watt, gli occhi consumati dalla febbre di piacere.
Il Professore lo trovava sempre lì.
Gli accarezzava il viso, con quella sua aria paterna - il Professore era bravissimo a sembrare un padre, quando era una merda - e lo invitava a tornare a casa, sapendo che lo Scaccabarozzi sarebbe restato.
Imperterrito uomo di marmo.
Un giorno, il suo collega, il giovane avvocato brillante che si è detto, si ruppe i coglioni della pantomima.
Caricò in macchina un orrendo troione dai viali.
Uno di quei mostri di rossetto e cerone che non si vedono quasi più.
Uno di quegli oggetti che portano addosso l'odore di mille sudori diversi.
Appena il Professore lasciò solo lo Scaccabarozzi, il collega spalancò la porta del sottoscala, infilò il troione nella stanza e chiuse la porta a chiave.
Fu così che lo Scaccabarozzi fu liberato dalle segretarie al mattino.
Chino sulle sue carte.
Il troione sdraiato per terra che russava il suo sonno osceno.
E fu così che la dedizione del povero Scaccabarozzi venne premiata con la notifica - a mezzo di pubblici proclami - di un decreto ingiuntivo per prestazioni corrisposte ma non godute.
Quel decreto ingiuntivo è stato affisso per anni all'albo degli avvocati.
Lo Scaccabarozzi non voleva ritirare la notifica.
In ogni caso, non passò molto tempo che la perfidia dello Scaccabarozzi, fra i cui pregi non vi è la disponibilità al perdono, fece in modo di allontanare il giovane avvocato dallo studio del Professore.
postato da: ProfStanco alle ore 09:11 | link | commenti (1)
categorie: giovinezza, goliardia, libri fatica, scaccabarozzi
lunedì, 01 ottobre 2007

Un amico

Lo conosco da molto tempo.
Ma non siamo amici.
E' una delle persone delle quali si può dire: come mai ci conosciamo da così tanto tempo e non siamo amici?
Di solito c'è sempre una risposta.
Ed è una risposta corretta.
Dura ma corretta.
Ho avuto bisogno di parlargli.
Questioni professionali.
Un concorso.
Ho chiesto come stava.
Solito inizio di cortesia.
Mi ha risposto che stava male.
Mi ha colpito: io dico sempre che sto benissimo.
La verità, se non sto bene, è solo per gli amici.
Sono stato a costretto a chiedergli perché e se potevo essergli utile.
Mi ha allagato di parole.
La fidanzata - ha sessanta anni, ma chiama la compagna fidanzata - lo ha lasciato.
Da un giorno all'altro.
Gli ha inviato una mail dicendo che fra loro era tutto finito.
Non riusciva più a stare con lui.
Era indignato: dopo sette anni, non si può essere lasciati da un messaggio di posta elettronica.
Mi è venuto da rispondere che soprattutto era strano essere lasciati da un messaggio di posta elettronica a sessanta anni.
Ma sono stato educatamente zitto.
Mi ha detto di essere disperato.
Sai, mi dice, una donna alla mia età è importante. Ci si abitua. Ci si sforza di ricostruire una rete di affetti, quando tutto il resto è fallito.
Soprattutto, continua, adesso non ho più voglia di fare nulla. Prima mi piaceva uscire con le mie amiche, sapere che lei mi aspettava lo rendeva divertente. Adesso sono solo un termosifone caldo nel quale infilarmi. E non mi piace nemmeno più.
Ho manifestato tutta la mia comprensione.
Ho detto che lo capivo: non si può tradire senza amare, etc.
Ma ho capito la sua fidanzata.
Aveva assolutamente ragione.
Un messaggio di posta elettronica era più che sufficiente.