Si presentano in coppia. Lui accompagna lei. Lei accompagna lui.
Aspettano in coppia. Scambiandosi mozziconi di frasi fradice di consuetudine.
Entrano in coppia. Come se il dolore fosse un fatto affettivo.
Ed e' probabile che senza malattie non avrebbero piu' niente da dirsi.
E' alto poco piu' di sessanta centimetri sopra il metro.
Azzimato come solo i nanetti sanno essere.
La sciarpa di cachemire portata con un movimento ampio, quasi che non corresse il rischio di inciampare.
La cravatta che segue la moda immaginaria di chi non e' abituato a portarla ma solo a vederla su Ridge di Beautiful (si chiamava cosi'?).
Il vestito tagliato sulla moda di Frankie Cali'.
Siede impettito: il classico mezzo uomo che allontana il cuore dal culo irrigidendo la schiena.
Entra la sua dottoressa: 40 anni di un impermeabile ampio con calze nere e decollete lucide. Un sogno da luci al neon, lento ricordo di un tram chiamato desiderio.
Si irrigidisce ancora di piu', drizza il collo come se il suo naso avesse una erezione.
Non e' difficile immaginarlo steso sul lettino, con un qualche slip_esalta_pacco, della stessa ditta che produce i mocassini del miliardario ridens.
Ma - caspita e pofferbacco - possibile che ci sia gente che si finge malata per l'illusione di un corteggiamento?
In fondo anche questo e' pagare.
Col piffero:
La sala di attesa e' 5 * 5 e ci sono non meno di trenta persone;
Una delle trenta parla dei suoi problemi con un tono di voce intollerabile
Un'altra odora di catramina impestata e non riesce a non diffondere questo suo talento
C'e' anche un incrocio fra un sordo e un demente che dice "sono io" qualunque numero venga chiamato
Se si aggiunge che si aspetta da oltre un'ora qualcosa che si preferirebbe non aspettare, quel "Si accomodi" suona troppo ironico per non essere consapevole.
Non ha ancora il suo posto nella sala d'aspetto. Bassotto e grassottello, non privo di una sua eleganza grossolana, come di sensale, quell'eleganza da mocassini gialli e lucidi, con i calzettoni di lana grossa che spuntano e la sciarpa di seta annodata vezzosamente alla maniera di un cantante lirico.
Si da' un tono, parla a telefono come se fosse una persona importante, la voce alta che ci racconta i suoi affari dettati con aria affettata.
Se fossi in un qualsiasi altro luogo mi darebbe fastidio, enormemente.
Ma qui e' un'altra cosa.
Qui capisco il suo imbarazzo di nano cicciottello, odioso nano cicciottello, ma malato e le malattie sono una cosa che si impara lentamente.
Come tutti i lunedì, la mia schiena ha avuto bisogno del fisiatra.
Ho già avuto modo di narrare della sua sala di aspetto.
Un luogo spoglio, appena separato con una parete attrezzata, credo si chiamino così, dalla scrivania della segretaria che parla a telefono con le sue amichette.
Di solito, aspetto con il portatile sulle ginocchia, ripasso la posta in entrata, preparo la posta in uscita, gioco a sudoku, a seconda dell'umore.
Questa sala d'aspetto è un luogo di conoscenze: i malati cronici tendono ad essere affabili con i colleghi.
Normalmente non sono affabile.
Non ho mai accettato troppo di essere un malato cronico.
Di conseguenza, disdegno le abitudini dei malati cronici.
C'è un collega, però, al quale mi sono affezionato.
E' anziano.
Un vecchio medico.
Sempre molto elegante.
Un bastone lo tiene in piedi e la gamba sinistra si muove a passo di tip tap.
Sorridente, malgrado il dolore della schiena distrutta dalla gamba paralizzata.
Al collo, un cartello con il numero di cellulare del figlio, per il caso in cui si senta male e non riesca a tornare a casa.
Ci incontriamo tutti i lunedì mattina da quasi tre anni.
Verso la fine del secondo anno, ha iniziato a darmi del tu.
Oggi siamo rimasti insieme più del solito.
Mi ha parlato come ad un vecchio amico: la cosa più difficile da accettare è non poter guarire, poter solo sperare di non aggravarsi, di rimanere come si è.
Ed ha continuato raccontandomi degli ultimi giorni di lavoro, della rabbia che lo prendeva quando sollevava il telefono e qualcuno gli diceva che stava male, che stava male di sciocchezze, mentre lui soffriva da urlare.
Della rabbia che provava nel non accettare una malattia che gli impediva di accettare la sofferenza dei suoi pazienti.
Poi mi ha chiesto di me.
Ed io, naturalmente, sono stato evasivo: anch'io non sopporto di non essere all'altezza del male degli altri.
aveva bisogno dei suoi massaggi.
Il mondo visto dal lettino del fisiatra non è poi così affascinante.
Le solite ragnatele si affacciano dal soffitto, senza essere particolarmente amichevoli.
Ed il tutto si conclude con l'illusione di poter stare un pò meglio, anche senza guarire.