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Nel quartiere Ponticelli, da qualche parte nel nulla che avvolge Napoli, la popolazione "civile" si è ribellata alla presenza ingombrante dei nomadi.
I giornali ricordano che gli zingari sono stata l'unica popolazione, insieme agli ebrei, di cui il nazismo si proponeva lo sterminio totale (così Filippo Faccio, in prima pagina del Giornale di Paolo Berlusconi: il buonismo del miliardario ridens avanza).
Ricordano anche che da Auschwitz uscirono vivi (se si può considerare viva una persona che ha vissuto Aushwitz) solo quattro zingari.
Non c'entra nulla.
Proprio nulla.
Lo sterminio nazista non ha niente a che vedere con una guerra fra poveri.
Una guerra di povertà ed ignoranza.
Forse di camorre.
Soprattutto l'essere stati vittime dello sterminio nazista non è una medaglia da appuntarsi sul petto.
Non attribuisce dei "diritti speciali" nei confronti del resto del genere umano.
Anzi.
Dovrebbe costringere a pensarsi esattamente eguali a tutti gli altri.
Proprio perché qualcuno ci ha pensato inferiori in un recente passato, oggi non possiamo pensare di essere superiori a qualcun altro.
Naturalmente non vale solo per i nomadi di Ponticelli.
Vale per tutti gli "insettacci" citati in epigrafe, cui si possono tranquillamente aggiungere anche i cinesi.
Che ci stanno sempre bene.

Il generale Del Vecchio, candidato del Partito democratico, ha dichiarato che gli omosessuali non sono adatti ad entrare nell'esercito.
Niente di nuovo.
Quando la leva era obbligatoria, esisteva un art. 28 che veniva utilizzato per riformare gli omosessuali.
Nessuno si lamentava.
Ci si lamenta adesso che fare il soldato è diventata una professione e non l'esercizio del dovere di difendere la patria di cui all'art. 52, Cost.
Francamente trovo più grave l'esonero degli omosessuali da un dovere che grava su tutti i cittadini che da una professione volontaria.
Molto più grave.
In ogni caso, se i diversamente orientati vogliono fare i soldati, che lo facciano.
Magari in reggimenti composti unicamente da loro e modellati sulle falangi spartane.
L'idea di essere catturato da un gruppo di checche isteriche sono certo che spaventerebbe anche un agente del Mossad.
Le tesi di laurea sono un luogo intimamente anfibio.
Chi discute si sente ad un punto di svolta: tutto il paese siede in aula magna, con un'aria indecisa fra il teatro lirico e una prima comunione col vescovo, perche' in fondo la laurea e' un rito di passaggio.
Per la commissione, sono una drammatica rottura di palle: temi scolastici, affrontati in maniera scolastica, da voci scolastiche.
Oggi si ha un candidato impresentabile.
Omosessuale in maniera imbarazzante, gli occhi vistosamente truccati, un filo di rossetto, una collana di perle ed un grande foulard.
Parla esattamente come uno si immaginerebbe guardandolo.
Viene presentato dal suo relatore, con stanca circoncisione.
Arriva il suo momento di dissertare. L'inizio e' agghiacciante: Come ha detto lui, il tema che ho affrontato e'...
Lui e' il relatore. E non si dovrebbe dire cosi'.
Viene interrotto da una domanda: Se posso interromperla, mi piacerebbe che spiegasse alla commissione...
Replica con un:Sono qui per questo..., che avrebbe fatto rabbrividire Piperno nel sessantotto.
Finisce, finalmente e porta la sua colonia - fetida - fuori dall'Aula magna.
Se l'omosessualita' fosse una malattia, non gli avrebbero davvero fatto male un paio di pasticche, prima di venire.
Ma non lo e'.
Ed a lui sarebbero bastati dei calmanti, un cocktail di camomilla e valeriana.
Sandra si sposa.
Si vuole sposare in chiesa.
Ed ha trovato un giovane sacerdote disposto a somministrarle il sacramento.
Sandra ha cambiato sesso un certo numero di anni fa ed adesso e' una non più giovane signora che convive con un coetaneo.
Che Sandra si possa voler sposare puo' essere normale.
Che si voglia sposare in Chiesa, secondo il principio per cui i matrimoni civili sono feste tristi, e' una sua scelta.
Ma che il giovane e sensibilmente mediatico sacerdote faccia di tutto questo un comunicato stampa e lo trasporti in televisione dopo averlo fatto trascendere dalla Nazione fino al Corsera, forse non e' il massimo del buon gusto.
Prima di tutto, sono fatti di Sandra e del suo compagno.
Sono anche fatti lontani dal tema dei pacs e dei matrimoni omologhi: Sandra e' sposata civilmente perche' ha ottenuto la rettifica di sesso.
La sostanza della questione e' se la chiesa cattolica puo' considerare il matrimonio religioso un fatto necessariamente eterosessuale.
Mi pare - e lo dico molto laicamente - che questo diritto le debba essere garantito.
Il resto mi pare siano chiacchere che forse non fanno nemmeno troppo bene ad una persona che probabilmente ha gia' avuto abbastanza da soffrire per le parole spese inutilmente su di lei e le sue scelte.
Un antico palazzo centrale.
Bello come sanno essere belli i palazzi che sono riusciti a restare incompiuti prima di diventare decadenti. Alcuni uffici, le stanze dei proprietari originari sparse, frazionate, disperse: come una raccolta di francobolli dopo un colpo di vento.
Il figlio del fabbricatore di angeli ha un attico. Poche stanze, con molto charme, affacciate sui tetti. Non e' amato. Non era amato suo padre e nemmeno lui puo' esserlo. Ma e' un bell'uomo. Non alto, forse, ma con l'aria mite e gentile di chi non avrebbe voluto essere tanto fortunato. La moglie se l'e' dovuta cercare lontano.
E' bella lei. Molto olandese nel suo essere occhi grigi e capelli neri. Alta. Orgogliosa. Un bell'incedere fatto di mostrarsi senza vedere.
Hanno un figlio. Una decina d'anni, portati con tutta l'arroganza di chi sa essere orgoglioso del proprio sangue marchiato. Di chi sfida gli sguardi che conoscono la sua impresentabilita'.
Lei fa la stilista. Dice di fare la stilista. E si accompagna sempre con un'altra donna. Bella anch'essa. Lo stesso sguardo di straniera. Lo stesso modo di portare gli abiti come se fosse nuda e non le importassero gli sguardi, come se non si spogliasse per farsi guardare.
La sorpresa di agosto e' lui che torna a casa ad un'ora imprevista. E trova lei e l'altra annodate nel talamo. Stupite ma orgogliose come conchiglie. Le butta fuori di casa. Due donne - ancora nude e capaci di restare bellissime - che attraversano il caldo deserto di un pomeriggio a mezzo agosto, rincorse da un nanetto imbestialito e urlante. Loro che sembrano fuggire per pieta', per non umiliarlo con due sganassoni. Che ne sarebbero capaci e gli farebbero male. Parecchio.
Lo si e' visto da solo per qualche mese. Solo, ma non senza il figlio insopportabilmente costretto a inventare una nuova arroganza, intagliata sul nuovo marchio che gli era stato donato.
Poi lei e' tornata. Forse e' voluta tornare, forse lui l'ha richiamata. Non si sa. Vivono di nuovo insieme. Esattamente come prima, ma quella che era una amica adesso e' diventata una pelliccia da ostentare dinanzi a tutti, una frequentazione a meta' fra il trofeo e lo scalpo (del figlio del fabbricatore di angeli).
Talvolta il convegnista sogna.
In questo caso, pare che abbia sognato del suo - involontario e riluttante - maestro.
Un sogno assolutamente imbarazzante.
Ha raccontato di aver sognato di essere nella piazza di un paese medioevale.
Avrebbe spiegato le sue ultime teorie sul principio di laicità dello Stato o sul ruolo di arbitraggio svolto dalla Corte costituzionale nella decisione dei conflitti intersoggettivi e avrebbe conquistato la totale ammirazione intellettuale del maestro che lo avrebbe baciato sulla bocca.
Un bacio molto pandemico.
Si sarebbe ritratto, gridando allo scandalo e cercando l'aiuto della folla contro il novello girolimoni.
Successivamente, avrebbe offerto un pactum sceleris che aveva per oggetto lo scambio della sua discrezione con la generosità accademica del tristo figuro.
L'ingenuità del convegnista ha deciso di raccontare il suo sogno ad una dottoranda che ha, come d'uso e d'obbligo, raccontato subito tutto al diretto interessato, all'evidente scopo di guadagnare qualche scalino nella strada del successo universitario.
Per quanto riguarda il diretto interessato, non è ancora riuscito a chiudere la bocca rimasta aperta in uno sbadiglio di stupore: essere diventato un girolimoni onirico è davvero una singolare scocciatura.

La regione toscana, credo con deliberazione di Giunta, ma non escludo né la deliberazione di Consiglio né la determina dirigenziale, ha risolto un dilemma atavico, decidendo che si nasce omosessuali.
Dal punto di vista costituzionale, forse lo strumento più idoneo avrebbe dovuto essere la legge, intesa come supremo atto di sintesi politica.
In ogni caso, la notizia ha destato un certo stupore ed è apparsa su tutti i giornali, alla pari dell'ordinanza sui lavavetri del sindaco Domenici, digitalmente sottoscritta dall'assessore Cioni.
Il tutto è stato trasferito in una campagna pubblicitaria, dove un paffuto neonato ha sul braccialetto ospedaliero la scritta 'homosexuel', invece del nome della madre .
In Toscana, gli omosessuali sono chiamati con molti nomi e difficilmente sono usati francesismi ma forse si vuol lasciare intendere che i francesi sono tutti omosessuali, travestendo un approccio creazionista come una gaffe razziale.
Temo la reazione di quel maschione di Sarkozy: non vorrei che alla prima occasione abbracciasse
more ferarum il presidente della Giunta regionale.
Lo conosco fin da piccolo.
Quando gli altri bambini giocavano a pallone, lui faceva collezione di gomme da cancellare profumate con le sorelle più grandi.
Una famiglia strana, soffocata da un padre molto di successo, affascinante, non particolarmente votato alla fedeltà coniugale.
La madre, triste: una bella donna invecchiata anzitempo dai tre figli, acida.
Lui quasi invisibile nell'assenza del padre, nella disperazione isterica della madre, nella graziosa vacuità delle sorelle.
Mi è cresciuto accanto.
Quando è diventato grande, ha cominciato a parere un pò troppo effeminato.
Delicatamente bello, quasi efebico, un modo cortese di porgere le cose nel conversare.
Sensibile, a tratti eccessivamente sentimentale, ma sempre intelligente.
Veniva spesso a casa mia, finché una volta si sentì in dovere di confessare al mio imbarazzo il suo innamoramento.
Non ci siamo quasi più visti.
Oggi era seduto su una panchina, nelle prime ore del mattino, il viso orrendamente truccato, l'aria disfatta di una notte malvissuta.
Mi sono fermato a salutarlo.
A salutare il suo stupore: non pensava che mi sarei fermato.
E mi sono ricordato di avergli voluto bene.
Di volergli ancora bene.
Assorbendo una volta di più tutta la sua sofferenza di bambino invisibile.
E' un blog.
Null'altro che un blog.
Sta qui su splinder.
Siamo vicini di blog.
Ci sono cascato per caso ed ho letto:
FAMILY DAY: un milione e mezzo di cittadini intelligenti, pieni di gioia e amanti della vita, sono scesi in piazza, per riaffermare e ricordare alla 'stragrande minoranza che ci guida', l'indelebile presenza del maltrattato 'ordine naturale'!
Santo cielo, come si fanno a scrivere queste cose:
- chi ha contato il milione e mezzo di cittadini che hanno partecipato al family day?
- chi ha verificato che erano tutti "intelligenti, pieni di gioia ed [si: "ed" non "e"] amanti della vita?
- perché il governo è formato da una stragrande minoranza? Che cosa significa questo ossimoro?
- un ordine naturale che è indelebilmente presente non ha bisogno di essere ricordato, per definizione, anzi per dogma;
- come si può affermare che esiste un ordine naturale? Mi sembra Ferrara che dimostra al Prodi metereologo che non ci sono cambiamenti climatici perché lui non sente più caldo di prima;
- chi maltratta l'ordine naturale? Lutero? Leibniz? Kant? il pensiero debole e riprovevole che si scatena in questi tempi di apocalisse?
Vabbene, la libertà di pensiero è anche libertà di parola e la libertà di parola facilmente diventa parole in libertà, ma questi esagerano un pochino.
Non credo che il buon Dio si sia divertito al family day.
Non lo, ma non credo.
Credo fosse troppo occupato ad evitare che in piazza san Pietro i frati ricchioni toccassero il sedere ai bambini, nell'ignavia di un milione e mezzo di cittadini intelligenti, pieni di gioia ed amanti della vita.
Un pomeriggio.
Una bimba, la classica bimba da piazza Savonarola: bionda, carinissima, perfetta nel suo essere smorfiosa.
Una donna, per nulla la classica signora di piazza Savonarola: bionda di un colore maltinto, i capelli radi e fini, gli abiti che sanno di miseria, nemmeno troppo dignitosa.
La bimba chiede qualcosa alla madre, che invece è la perfetta signora di piazza Savonarola: bella, come se fosse appena uscita dal parrucchiere, le mani affusolate, elegantemente informale.
La bimba ha un vocione di baritono.
La donna, quella brutta, dice della bambina: "caspita, che voce. Sembra un travestito".
Non vede Meri, il trans, dietro di lei, dietro di loro, a pochi passi.
Ne sente la presenza e dice: "Scusa".
Meri sorride, velenosa: "Di nulla, io sono una donna".
Ostenta il bacino, chirurigicamente perfetto, le mani sui fianchi, a mostrare la sua magrezza, lo spinge in avanti, come in un passo di una danza ad evidenziare l'esito della rettifica. E continua:
"Eppoi, mica tutte si possono mettere dei jeans come questi". Perfida.